In pensione all'estero: le differenze tra pensionati INPS ed ex INPDAD

Detassazione della pensione italiana all’estero – convenzioni bilaterali e normativa vigente

Isole Canarie, Thailandia, Tunisia, Grecia e Portogallo, sono solo alcuni dei Paesi nei quali, ogni anno, molti dei pensionati italiani decidono di emigrare per trascorrere gli anni della pensione in totale relax, in un luogo dal clima mite e dalla tassazione più bassa. L’Italia ha stipulato delle Convenzioni bilaterali con molti Paesi esteri, per evitare le doppie imposizioni; si tratta di trattati internazionali con i quali i Paesi contraenti regolano l’esercizio della propria potestà impositiva al fine di eliminare le doppie imposizioni sui redditi e sul patrimonio dei rispettivi residenti. Ma per poter usufruire delle agevolazioni, il pensionato che risiede all’estero, dovrà richiedere all’INPS l’applicazione delle Convenzioni in vigore, così da ottenere la detassazione della pensione italiana, che verrà in tal caso tassata nel Paese di residenza. Per ottenere tale detassazione, dovrà presentare un modulo alla sede INPS di riferimento.

In Italia, purtroppo, la pressione fiscale sui pensionati è molto alta. Per avere un’idea più chiara, basta prendere in considerazione il rapporto sull’adeguatezza delle pensioni del 2015, in cui il nostro Paese occupa il quintultimo posto. Nei vari Paesi europei infatti, i pensionati versano mediamente il 30% in meno di tasse rispetto al Bel Paese.

In Italia, però, i pensionati meno abbienti, grazie alla no tax area, sono esenti dalle tasse. Ecco in dettaglio le aliquote IRPEF e gli scaglioni di reddito che valgono per il 2016, per i contribuenti soggetti al pagamento dell’imposta sul reddito. L’IRPEF si calcola sull’ammontare del reddito del contribuente, a cui vengono applicate aliquote diverse in base ai diversi scaglioni di reddito. Ecco la tabella di sintesi con le aliquote IRPEF attualmente in vigore:

Reddito imponibile

Aliquota

Irpef (lorda)

fino a 15.000 euro:

23%

23% del reddito

da 15.001 a 28.000 euro:

27%

3.450 + 27% sulla parte oltre i 15.000 euro

da 28.001 a 55.000 euro:

38%

6.960 + 38% sulla parte oltre i 28.000 euro

da 55.001 a 75.000 euro:

41%

17.220 + 41% sulla parte oltre i 55.000 euro

oltre 75.000 euro:

43%

25.420 + 43% sulla parte oltre i 75.000 euro

Purtroppo però, anche in materia di pensioni, la legge non è uguale per tutti. Lo sanno bene i pensionati ex Inpdap emigrati all’estero, costretti a pagare una doppia tassazione. Ebbene sì, infatti al contrario dei pensionati Inps, gli ex dipendenti della Pubblica Amministrazione sono costretti a percepire la propria pensione al netto delle tasse versate in Italia. In altre parole, un pensionato del settore privato emigrato all’estero percepisce la propria pensione lorda, senza cioè che siano state defalcate le imposte italiane; al contrario un ex statale si ritrova a dover sostenere doppia tassazione, una del Paese ospitante e l’altra dell’Italia.

Quali sono le differenze tra un pensionato ex Inpdap e uno Inps all’estero? E perché sussiste questa differenza?

Un pensionato ex INPDAP, cioè un pensionato della Pubblica Amministrazione e quindi uno statale, un parastatale, un ex dipendente degli Enti Locali (Regioni, Provincie e Comuni), un ex militare, finanziere, vigile del fuoco, poliziotto, forestale, non può chiedere la defiscalizzazione della sua pensione, in caso risieda all’estero, mentre ciò è concesso, illogicamente e anticostituzionalmente, ai pensionati INPS “puri”, cioè gli ex lavoratori del settore privato. Questo è sancito da tutta una serie di trattati stipulati per evitare le doppie imposizioni, che l’Italia ha sottoscritto con numerosi altri Paesi. La cosa è assurda se si considera che, pur risiedendo all’estero, non si contribuisce affatto alla fiscalità del Paese ospitante e si continua a pagare le imposte in Italia, assieme alle addizionali regionali e comunali, pur non usufruendo più di nessuno dei servizi che tali imposte dovrebbero sostenere. Da una lettura dei trattati summenzionati, potrebbe intendersi che tale disparità sia nata, paradossalmente, dalla necessità di salvaguardare i dipendenti pubblici che lavorano all’estero, dalla fiscalità del paese ospitante, onde evitare, che un dipendente dell’ambasciata, un professore universitario prestato ad una Università straniera, un militare italiano in forza alla NATO, sia costretto a pagare le imposte sulla retribuzione che percepisce durante la sua permanenza all’estero. Poi, la norma è stata estesa, incostituzionalmente, anche ai pensionati pubblici, lasciandone esclusi quelli del settore privato.

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